Il dilemma della domenica: se l'AI bussa alla porta, tu come la chiami? Vi presentiamo "Lai"
Immagina la scena: è una calda e pigra domenica estiva. Sei sotto l'ombrellone, cullato dal rumore della risacca e con una leggera brezza marina che ti salva dalla canicola. Tra un tuffo e l'altro, stai discutendo animatamente sul telefono con la tua app di intelligenza artificiale preferita per farti consigliare i migliori locali della zona per l'aperitivo di stasera.
A un certo punto, però, sorge il dubbio amletico. Quando parli di lei (dell'AI, intendiamo) con i tuoi vicini di sdraio, come ti esprimi?
"L'algoritmo mi ha detto che...", "Lui consiglia di...", oppure un freddo e robotico "Esso"?
A provare a mettere ordine in questo caos linguistico e antropologico ci ha pensato un recente e curioso dibattito (ripreso anche da Agenda Digitale in un articolo di Antonio Provenzano) che introduce un neologismo destinato a far discutere: il pronome "Lai".
Che cos'è "Lai" (e no, non è un errore di battitura)
Il termine nasce dalla fusione acustica e concettuale tra Lui/Lei e AI (Artificial Intelligence).
Non si tratta del solito tentativo di trovare un genere neutro per gli esseri umani, ma di una vera e propria necessità di classificazione antropologica.
Il punto è semplice: le intelligenze artificiali non sono oggetti inanimati come il tuo vecchio tostapane, ma non sono nemmeno esseri umani con un'anima, una nonna e il codice fiscale.
L'uso di "Lai" serve proprio a questo: tracciare una linea di confine. Un modo per dire: "Ti parlo, mi rispondi, sembri quasi una persona... ma ricordiamoci che sei un ammasso di codice e silicio".
Perché ne stiamo parlando (soprattutto sotto l'ombrellone)
Il dibattito che si sta aprendo è affascinante, ma va preso con la giusta leggerezza estiva. Non serve correre a riscrivere i manuali di grammatica delle scuole medie entro domani mattina.
Tuttavia, il problema dell'antropomorfizzazione è reale.
Tendiamo a dare un genere alle cose: Alexa ha una voce femminile, Siri pure (anche se ora puoi cambiarla), e spesso finiamo per trattare questi software come assistenti in carne e ossa, ringraziandoli persino quando ci dicono il meteo (ammettilo, lo fai anche tu).
Introdurre un pronome dedicato come "Lai" ha un doppio risvolto psicologico:
- Ci protegge dall'attaccamento emotivo: ci ricorda che stiamo interagendo con uno strumento, evitando di scambiare un modello linguistico per il nostro migliore amico.
- Dà dignità all'interlocutore digitale: riconosce che l'AI ha un ruolo attivo e "parlante" nelle nostre vite, superiore a quello di uno schermo passivo.
Umani e Algoritmi: un menage a trois linguistico
La verità è che il linguaggio si evolve molto più velocemente della burocrazia. Mentre gli esperti discutono di regolamenti e AI Act, la lingua parlata ha bisogno di etichette immediate per sopravvivere alla quotidianità.
Se ci pensi, "Lai" suona bene. È fluido, è moderno, e risolve l'imbarazzo di dover dare del "tu" o del "lei" a un chatbot che ti sta spiegando la fisica quantistica mentre tu sei in costume da bagno.
Per il momento, non c'è ansia da prestazione linguistica. Goditi la tua domenica, continua pure a chiedere consigli all'algoritmo e, se proprio vuoi fare il sofisticato al bancone del bar, prova a dire: "Ho chiesto a Lai dove fanno il gelato migliore in zona".
Mal che vada, penseranno che hai semplicemente pronunciato male il nome di un tuo amico straniero!
...E tu? Come ti comporti quando interagisci con l'intelligenza artificiale?
Ti è già capitato di prenderla sul personale, magari ringraziandola dopo una risposta particolarmente azzeccata, o riesci a mantenere un distacco glaciale e robotico?
Ma soprattutto: ti convincerebbe l'idea di iniziare a usare "Lai" per parlarne, o hai già un tuo modo personalizzato (magari un soprannome segreto) per chiamare la tua AI di fiducia?
Faccelo sapere qui sotto nei commenti: apriamo il dibattito (rigorosamente da spiaggia)!
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